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Se Giorgio Giudici e Nano Bignasca sono le moderne icone di una Lugano maneggiona ed opulenta, il povero Salvatore Spoti, morto alcuni giorni orsono, ne era il contraltare. Figlio di un Ticino minore, Spoti era uno stakanovista del <lavoro>, ogni mattina poco prima delle nove appariva d'incanto, il suo ufficio spaziava da Piazza Indipendenza sino a Piazza Dante. Con il vento e con la pioggia, tutti i giorni lo stesso obiettivo, la ricerca spasmodica del prossimo buco del prossimo flash… Trovatolo, assumeva quella piega da <kiefer> che lo caratterizzava e che rimarra' nella memoria di tutti i luganesi che lo hanno conosciuto. Alcuni gli hanno anche voluto bene, perche Spoti nonostante la disgrazia che si portava addosso, aveva una dignita' ed una umanita' tutta sua... Spoti, era figlio di emigranti che con grande dignita' stanno spendendo la loro vita nel lavoro e nelle contraddizioni di una societa' che a loro figlio non ha dato ne sogni ne speranze…
Nei suoi scritti il sociologo Sabino Acquaviva ci spiega che per aspirare all'agognata felicita', occorre utilizzare gli strumenti di cui disponiamo per dare forma ad un Progetto che permetta la soddisfazione dei bisogni e la sublimazione di quelli non soddisfatti. E ancora: la felicita' e' la soddisfazione simultanea ed intensa di un certo numero di bisogni, tra i quali il bisogno di amare ed essere amati e' il piu' importante. La nostra societa' non ha assicurato a Spoti la possibilita' di vivere queste attese. E se cerchiamo dei responsabili perchè non cominciare a interrogare noi stessi? Vorremmo che un giorno, nella loro chiesa, nel loro lavoro, nel loro riposo, le persone si fermassero, non fosse che per qualche momento, e si domandassero, - e non solo i genitori - se, fra di loro e attorno a loro, sanno far regnare abbastanza calore, presenza, autenticità, e meditassero sul mondo che preparano a coloro che vengono dopo di noi. Perchè, dopo tutto, questi giovani che muoiono sono i nostri figli.
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