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i SAGGI di miu'
RICOMINCIAMO DALL'INDIVIDUO
di Alain Tourraine (1992)
Nel mondo della globalizzazione e della de-socializzazione dell'economia, l'analisi sociologica e l'impegno vanno radicalmente ripensati. Bisogna ridare priorità alla società civile sulla società politica.

1. Quando parliamo di impegno dobbiamo anzitutto cercare di definire il mondo nel quale ci troviamo a vivere e a operare. Ho passato gran parte della mia vita ad analizzare la societa' industriale e, successivamente, la societa' postindustriale. Ho utilizzato un approccio storico-sociologico ai grandi insiemi, a quelli che un tempo si sarebbero definiti "modi di produzione" o "tipi ideali" di societa'. Oggi, la situazione e' cambiata e per conseguenza sono portato a interpretare  la realta' attuale da un punto di vista differente. L'analisi di un nuovo tipo di societa', che resta indispensabile, e' oggi meno urgente di quella delle forme di cambiamento sociale e storico. Ecco perche' mi interesso meno in questo momento della societa' postindustriale rispetto a cio' che ho chiamato i modi di sviluppo. Non mi riferisco piu' alla societa' A o B, ma a come si passa da A a B, che e' cosa completamente diversa.
Per essere ancora piu'  chiaro, utilizzero' un paragone storico. Nel XIX secolo si analizzava la societa' industriale nei suoi vari aspetti - rapporti di classe, movimento operaio, concentrazioni capitalistiche eccetera. Alla fine del secolo scorso e all'inizio di questo si comincia invece a parlare di tutt'altro, di
imperialismo, cioe' non di un tipo di societa'  ma di un modo di sviluppo e di trasformazione del mondo. Ora, io credo che quando noi oggi diciamo globalizzazione intendiamo esattamente riferirci a qualcosa che cent'anni fa chiamavano imperialismo. Che cos'era l'imperialismo se non il prevalere del capitalismo finanziario internazionale sui capitalismi industriali nazionali - dunque esattamente lo stesso fenomeno che stiamo vivendo oggi?
La globalizzazione che caratterizza il mondo attuale e' essenzialmente la
de-socializzazione dell'economia. Essa crea dei networks internazionali, cioe' de-nazionalizzati, de-socializzati, senza alcun contenuto ne controllo sociale, politico, culturale. In Egitto, in India o in Messico delle elite apparentemente nazionali si definiscono di fatto per la loro partecipazione a un network internazionale basato sul capitale finanziario. Dobbiamo ricordare che ormai lo scambio di merci rappresenta il 3-4 per cento degli scambi finanziari globali. E questi scambi si sviluppano a un livello di funzionamento del tutto indipendente dalle societa' nazionali. In questo senso occorre oggi parlare di modi di sviluppo e non piu' di tipi di societa' definiti dall'interdipendenza di attivita' di produzione, di istituzioni politiche, di forme di relazioni sociali e di pratiche o valori culturali.
Ma globalizzazione non significa affatto socializzazione globale. Vorrei sottolineare con la massima forza che non esiste un sistema sociale o politico mondiale. E' l'ordine geoeconomico che prevale su quello politico. Nelle nostre societa' non si discute piu', in prevalenza, di temi politico-sociali, ma di grandi temi geoeconomici, di problemi internazionali e, d'altra parte, di temi che anch'essi non sono legati a una societa' concreta, ma toccano problemi antropologici generali, come quelli della bioetica, o quelli che toccano l'uso della conoscenza e della diffusione.

2. Storicamente, la dinamica sociale e politica si e' sviluppata o nel quadro delle citta' - all'olandese o all'italiana - o nel quadro degli Stati nazionali - all'inglese o alla francese. Oggi, assistiamo alla costruzione di un capitalismo su scala mondiale - in questo senso si puo'  parlare di un nuovo imperialismo.
Quando dico imperialismo o globalizzazione non evoco dei conflitti sociali interni, non mi riferisco a una dinamica politica. Concentro invece l'analisi su un fenomeno che a suo modo abbiamo conosciuto tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX: lo scontro tra l'imperialismo e i nazionalismi o le reazioni dei paesi colonizzati. E'  esattamente quanto sperimentiamo oggi. Noi abbiamo il mondo che potremmo chiamare globale, quello del G8 e affini, che entra in tensione con le resistenze dei paesi dominati, con i loro nazionalismi o integralismi. Il mondo globalizzato non e'  un tipo di societa', e' un sistema impersonale di sviluppo e di potere, staccato dalle societa' nazionali e dunque portato a disgregarle e a scontrarsi con le realta' nazionali, culturali, etniche, religiose. Assistiamo oggi alla dissociazione e allo scontro tra quello che Marx avrebbe definito il mondo delle merci e che io oggi chiamerei piuttosto il mondo dei
networks, delle reti, dei segni e, dall'altra parte, il mondo dell'identita', della soggettivita', della comunita'. Un conflitto, dunque, tra universo oggettivato, economico-finanziario, e universo soggettivato, politico-culturale.
Non c'e piu' un solo grande paese industriale dotato di un sistema politico vero e proprio. Ci sono delle procedure democratiche, certamente. Quello che manca e'  la rappresentanza sociale. Non ci sono forze o classi o gruppi d'interesse che trovino rappresentanza. Assistiamo a una disgiunzione totale fra politico e sociale. Di piu' : non c'e nessuna mediazione tra l'economia globalizzata e le soggettivita' cultural-politiche che da noi possono prendere la forma di gruppi privati, di associazioni volontarie, di sette.
Noi viviamo oggi sotto la doppia minaccia della dittature comunitarie - Milosevic, Khomeini, Deng Xiaoping - e del potere del sistema finanziario o mediatico internazionale che produce quasi senza concorrenza dei modelli, degli interessi, dei segni, dei valori nel senso economico del termine. Fra i due livelli c'e un conflitto insanabile. Non sappiamo quale sara' l'esito di questo scontro. Avremo, come alla fine dell'imperialismo dell'Otto-Novecento, una rivincita del politico sull'economico, sotto forma di un neo-totalitarismo nazionalista? La prima meta' del prossimo secolo sara' dominata da un nazional-totalitarismo cinese cosi'  come la prima meta' di questo secolo e' stata segnata dai nazional-totalitarismi staliniano e hitleriano?

3. In ogni caso, il punto essenziale per capire il mondo d'oggi e'  che bisogna interpretarlo non come un tipo di societa' ma come un modello di cambiamento storico. E questo cambiamento non produce movimenti o attori sociali, non produce meccanismi politici. Puo'  produrre invece dei movimenti che preferisco chiamare storici. Talvolta si tratta di movimenti popolari. Tal'altra, invece, animano delle elite dirigenti. Di essi senza dubbio i piu'  importanti sono quelli che potremmo riferire a modello asiatico. Esso vuole ricomporre la frattura fra culture ed economie associando liberismo economico e nazionalismo culturale. E'  una soluzione autoritaria che potrebbe prevalere nel corso del prossimo secolo. Per il momento, constatato che essa prevale in Cina, e i modo piu'  moderato a Singapore, in Malesia, in Indonesia. In compenso, essa e'  arretrata in Corea del Sud e a Taiwan. Quanto al Giappone, la situazione è incerta, ma non dimentichiamo che per la prima volta nel dopoguerra il primo ministro e'  un nazionalista. D'altra parte, il sistema giapponese e'  proceduralmente democratico ma culturalmente in gran parte etnico. Credo che il successo del modello asiatico - la principale posta in gioco geopolitica del XXI secolo - dipendera'  in grande misura dall'evoluzione della situazione in Giappone.
Non credo invece che l'avvento del mondo globalizzato significhi, in senso geopolitico, l'egemonia culturale americana su scala planetaria. Infatti, in nessun altro paese si puo'  osservare come negli Stati Uniti la dissociazione tra identita'  culturali ed economia globalizzata. New York e Los Angeles sono
hubs of the world networks, ma allo stesso tempo la societa'  americana e'  la più frammentata dell'Occidente. Dove si incontra una cosi'  evidente distruzione dei vincoli e delle mediazioni politico-sociali? L'immagine di Los Angeles - una sequenza di ghetti collegati fra loro da autostrade - mi pare esemplare: non c'e piu'  società nel senso stretto del termine.
E'  vero che i
networks internazionali sono centrati sugli Usa. E'  vero, forse, che in qualche misura questo puo'  essere utile agli Stati Uniti. Ma certamente non esiste un progetto imperialista americano che intende utilizzare la globalizzazione  a fini di espansione del proprio modello culturale e politico nel mondo.

4. Come analizzare queste nostre societa'  in fase di cambiamento accelerato? Mettendo anzitutto da parte l'armamentario utilizzato per interpretare le societa'  industriali. Oggi non ha nessun senso parlare di classi e conflitti di classe, o addirittura di sfruttamento. Il concetto sociologico fondamentale e'  invece quello di esclusione. Ci sono individui che sono in e individui che sono out. E cio'  senza indurre nuovi movimenti sociali, resistenze, dibattiti.
Viviamo una fase di straordinario silenzio sociale.
I problemi sociali interni delle nostre societa'  occidentali postindustriali, che io talvolta chiamo societa' programmate, sono attualmente sovrastati dalle reazioni alla logica dei flussi globali, dei mercati globali, reazioni che non sono piu' quelle di un attore sociale, definito dal suo lavoro, dal suo reddito eccetera, ma piuttosto dalla sua personalita'  individuale e dalla sua eredita' culturale. La politica dei governi non ha nulla a che vedere con i conflitti sociali, perche  e' invece tutta proiettata sulla dinamica internazionale.
Ogni paese lotta per non essere escluso dai grandi flussi tecnologici, mediatici e finanziari a livello mondiale.
Negli ultimi mesi (1992 n.d.r.), l'eccezione e' stata la Francia. La crisi sociale e politica provocata dall'aumento della disoccupazione e dalla reazione al piano di rigore varato dal governo Juppe e'  stata certamente importante. Ma non si e' trattato affatto come qualcuni hanno sostenuto - di un conflitto fra l'elite pro Maastricht e la
under class, gli esclusi, i marginalizzati. E' stata invece un'espressione della reazione nazional-identitaria alla globalizzazione che qui in Francia si concentra nella difesa delle classi medie legate al settore pubblico. Una sorta di nazionalismo di sinistra che non ha nulla a che vedere con Le Pen ma che pretende dallo Stato la garanzia del proprio livello di benessere.
Per usare un'espressione provocatoria, potrei dire che si tratta di un movimento reazionario, nel senso di reagire alla globalizzazione. Da questo punto di vista gli italiani sono molto piu'  avanti, molto piu' progressisti di noi. Sara'  perche non hanno uno Stato vero e proprio, ma i sindacati e l'imprenditoria italiana discutono, in qualche modo, di come stare nei processi di globalizzazione. In Francia, assolutamente
no. E noi veniamo da dodici anni di politica monetarista mascherata in una cornice di sinistra. Il risultato e'  uno stop and go: si fa un go ultra-monetarista e poi, dopo un po', ci si ferma, ci si sdraia per terra e si invoca l'eccezione francese, lo Stato nazionale, Napoleone e De Gaulle . Poi si ricomincia come se nulla fosse, fino al prossimo stop. Lo stesso vale per l'Inghilterra. Forse perche sono i due piu'  antichi Stati europei, Francia e Inghilterra stanno dissolvendo nell'aria il loro capitale di rivendicazione sociale. Il signor Scargill o Tony Benn hanno avuto in Inghilterra la stessa funzione del sinistrismo sindacale o intellettuale francese, proprio mentre tedeschi, italiani e persino spagnoli facevano della negoziazione sociale di tipo piuttosto socialdemocratico.

5. La questione dell'individuo e della sua liberta' va radicalmente ripensata nel nuovo contesto. Dal Settecento a oggi, la nostra immagine della liberta' e' stata un'immagine sociale, civica. In Francia, noi amiamo chiamarla repubblicana. Abbiamo sempre parlato di diritti dell'uomo in quanto cittadino.
Ma ormai da tempo assistiamo all'arretramento e al progressivo abbandono di questa concezione repubblicana, che ha avuto un ruolo di liberazione contro gli
anciens regimes, ma che si e'  trasformata in principio di dominio dello Stato o persino della maggioranza a scapito della liberta' individuale. Ha cominciato il movimento operaio, contestando il mondo repubblicano perche'  favorisce lo sfruttamento capitalistico e proponendosi come difensore di diritti universali attraverso la difesa di diritti particolari, quelli dei lavoratori. Poi siamo passati dalla difesa dei diritti civili, politici, sociali, a quella dei diritti culturali, del diritto all'identita'  e cosi via. Ora, io tendo a difendere la liberta'  sotto una specie completamente diversa da quella cara ai fautori del repubblicanesimo francese. Essa non si identifica con la partecipazione della vita sociale ma molto piu'  con la limitazione dei poteri dello Stato nei confronti dell'individuo, del soggetto.
Stiamo riscoprendo che la liberta'  dell'uomo non si produce attraverso il suo trionfo nel campo economico e sociale, ne tantomeno grazie alla vittoria di un potere popolare, ma con la difesa dei diritti e della liberta' , della persona e dei gruppi di persone di fronte ai poteri pubblici.
E'  la rivincita della concezione inglese, olandese, su quella americana e francese; la rivincita di Locke sull'idea di "volonta'  generale", sull'ideologia del progresso.
Esistono diritti umani che non hanno nulla a che vedere con i diritti del cittadino,

anzi in qualche caso sono ad essi opposti.

6. Nel campo della sociologia, questa evoluzione del mondo nel senso della de-socializzazione comporta dei problemi molto rilevanti. Siamo passati da una definizione del nostro lavoro come analisi dei sistemi a un insieme centrato sugli attori. Abbiamo lasciato alle nostre spalle le sociologie olistiche per tuffarci nel mondo complesso della sociologia degli attori.
La sociologia dei sistemi e'  oggi storia. Bisogna studiarla con la stessa distanza con cui affrontiamo la filosofia politica del Sette-Ottocento. Tutto quello che abbiamo chiamato sociologia tra Comte e Parsons appartiene al passato. La sociologia attuale, che deve molto a Weber, e' invece esclusivamente fondata sugli attori, sui soggetti.
Esiste naturalmente una grande diversita'  di modi di concepire l'attore sulla scia delle teorie estreme del
rational choice e le importanti analisi dell'azione strategica fino allo studio dei processi politici e soprattutto fino alla ricerca sui movimenti sociali come attori delle trasformazioni sociali. Ma, al di la'  di queste profonde differenze, noi tutti stiamo riscoprendo che il fondamento della vita sociale, della politica, del sistema istituzionale e legislativo non puo'  essere che non sociale. Ecco perche'  diventa essenziale rompere l'identificazione fra liberta'  e societa'  buona, questa identificazione rivoluzionaria di tipo ottocentesco che e'  culminata poi nell''saltazione delle guardie rosse e nel viaggio di Foucault a Teheran per scoprire le virtu'  rivoluzionarie di Khomeini.
Quando parlo di sociologia dell'attore, mi riferisco a un attore non sociale. Egli non e'  definito dal suo ruolo sociale, da doveri a da norme definite in seno alla societa'. Anzi, egli e'  essenzialmente rivolto verso se stesso. Il suo problema e' di conservare la sua identita'  in questo cambiamento incessante, nell'eraclitiano
panta rei contemporaneo.
Sono io qualcosa di piu'  di una serie di bisogni e di ruoli che esprimo al supermercato o mentre guardo la televisione, mentre decido se comprare una merce o cambiare programma?
Io non sono determinato unicamente dalla mia collocazione nei flussi commerciali e informativi globali, perche'  sono orientato anche dal mio desiderio di identita', di autostima, di liberta' creativa.
Ecco il punto fondamentale. Io credo che oggi la riflessione sociologica consista nell'individuare le condizioni sociali di costituzione e di protezione della liberta' del soggetto, un soggetto rivolto verso se stesso, verso la propria storia di vita, in un mondo esploso e decomposto. E' un lavoro estremamente difficile, perche parte da una concezione autoreferenziale del soggetto. L'obiettivo e'  la ricostruzione di un'identita'  di soggetto libero non sociale, non solo di consumatore, lavoratore o persino cittadino.
Per prima cosa c'e dunque l'autoaffermazione del soggetto, cui segue immediatamente il riconoscimento dell'altro come Soggetto, cioe come persona che lavora per combinare la sua identita'  culturale con la sua partecipazione a un universo di azione strumentale.
E' a partire dall'affermazione di me stesso come soggetto e del riconoscimento dell'altro che costruisco una concezione della societa' . Per me il tema del soggetto implica il tema della comunicazione tra soggetti, dell'alterita', da collocare in una cornice istituzionale democratica: per me la democrazia e' la politica del soggetto, cioe'  l'insieme delle garanzie della liberta'  del soggetto e della sua comunicazione sociale. E questa comunicazione e'  essenzialmente interculturale - cio'  che pone la mia concezione del soggetto in una prospettiva sociale.
Una politica democratica consiste nel permettere a ciascuno di agire come soggetto, cioe'  di essere libero, cio'  che suppone la solidarieta'  che rifiuta l'esclusione, e suppone di essere riconosciuti nel proprio sforzo di individuazione, ciò che esige il pluralismo sociale e culturale e non piu'  la riduzione di tutti al modello individualista-universalista dei Lumi.
Dunque, il mio approccio non consiste nel partire dalla societa'  per giungere all'individuo, giacche'  non esiste piu'  una societa'  come sistema, nel senso personsiano del termine. Per me vale invece il procedimento contrario. E' in questo senso che sono radicalmente antirepubblicano e assolutamente democratico, perche'  sono interessato alla ricerca delle condizioni sociali della sopravvivenza della liberta'  individuale. Preferisco percio'  definirmi come un liberaldemocratico, insistendo sulla separazione dei due termini ed escludendo dall'aggettivo "liberale" ogni connotazione economica. Sono liberale nel senso inglese della limitazione del potere dello Stato - di tutti i poteri, in generale. Voglio ricostruire una concezione della societa'  a partire dalla difesa dell'individuo come soggetto, intendendo per soggetto il desiderio dell'individuo di essere attore, cioe'  di comandare sul suo ambiente, di avere piu'  influenza sul suo ambiente di quanta esso ne abbia su di lui. In altre parole, la posta in gioco per ciascuno di noi e'  la capacità di modificare l'ambiente che ci circonda, nel quadro storico-geopolitico della globalizzazione e della de-socializzazione del soggetto.

Questa concezione che non si riduce all'individualismo. La liberta'  di ciascuno dipende dalle condizioni sociali.
Ma la politica non deve piu'  essere considerata come la realizzazione della liberta'  umana.
Questa e'  piu'  presente nell'esperienza di vita personale e nelle relazioni con il prossimo che nelle scelte politiche largamente dominate dalle esigenze dell'economia globale.
Bisogna tornare a dar priorita'  alla società civile sulla societa' politica.

di Alain Tourraine
giornalista francese
saggio del 1992

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