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L'@rchivio degli Angoli  di Milla
una rubrica del portale Web
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Il Terzo settore ha....

Per farsi un'idea dell'entità della crescita di questa realtà
negli ultimi anni basta dare un'occhiata ai rilevamenti
statistici dell'ISTAT o andare in un qualsiasi Ufficio relazioni
col pubblico del proprio comune e chiedere un elenco delle
associazioni e enti morali operanti sul territorio. Molto
spesso si tratta di organizzazioni sorte da poco tempo,
spesso in seno ad altre organizzazioni già esistenti che
fungono da garanti per le nuove nate che, da parte loro,
possono contare su una maggiore agilità e capacità di
adattarsi al bando del momento.

Uno degli aspetti più preoccupanti di questa situazione è
l'assenza di controllo democratico sull'operato di queste
organizzazioni e l'assunzione del compito di rappresentare le
esigenze e i bisogni dei gruppi disagiati senza una reale
investitura da parte di questi. I piccoli gruppi radicati
territorialmente sono via via assorbiti dai grandi cartelli e
consorzi, quello che fine a cinque anni fa era chiamato
arcipelago associativo, per l'eterogeneità dei gruppi, degli
intenti, delle modalità di intervento si sta trasformando
sempre più in una realtà di sistema e che fa sistema, che
negozia, concerta, discute, consiglia, decide.

C'è aria di cambiamento epocale, di bisogno di ricreare e
mantenere la coesione sociale in un tessuto frammentato e
lacerato dal mercato. Ed è nel mercato, nelle sue regole,
nei suoi codici, nelle sue strategie, che oggi sono spinti ad
inserirsi i terzosettoriani. I tanti corsi di formazione per
manager del sociale, le agenzie di servizio, i progettisti, gli
esperti in finanziamenti, i gestori delle risorse umane sono
tutte figure mutuate dal mondo aziendale e che rendono
bene il senso della trasformazione in atto.

C'è bisogno di occupazione e così capita sempre più spesso
di sentire che i vecchi, gli zingari, i tossici, i senzacasa
sono una risorsa da valorizzare. Diventano infatti le materie
prime di tante imprese sociali. I soldi che circolano sono
tanti, mancano i controlli sull'efficacia degli interventi,
anche perché interessa ben poco la qualità dei servizi
erogati. I dati che servono a dimostrare l'impegno nel
sociale delle amministrazioni, a tutti i livelli, sono infatti le
percentuali spese sul bilancio, non l'efficacia degli
interventi. Un controllo serio di come vengono impiegati i
soldi dati ai gruppi finirebbe invece per indebolire la rete
connettiva che le istituzioni hanno creato con la "società
civile" e che hanno tutto l'interesse a mantenere.

Finanziare dei progetti diventa, in alcune realtà soprattutto
meridionali, un vero e proprio ammortizzatore sociale, in cui
la categoria svantaggiata da proteggere ed aiutare finisce
con essere proprio quella degli operatori, di solito giovani e
disoccupati; il che di per sé non è un male, se poi a pagare
le conseguenze di interventi approssimativi, discontinui e a
volte anche pericolosi non fossero proprio quelli che già
stanno peggio.

L'angolo di
Milla Milani
rubrica settimanale
di politica , costume
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