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Chi sono i padrini della mafia russa. Un'elite che affonda le radici nel periodo degli zar, ma che con il tempo ha aumentato la sua attività di Antonio Nicaso dal Corriere Canadese Chi sono i vory v zakone? Nella traduzione letterale sono ladri che obbediscono ad un codice (Vorovskoi zakon): due terzi di questa élite criminale è russa (33,1%) o georgiana (31,6%), gli altri sono armeni (8,2%), azeri (5,2%), uzbechi, ucraini, kazachi, abkhazi (21,9). Amministrano una loro giustizia (vorovskaia spravedlivost) ed hanno un loro tribunale. Sono generalmente giovani: l'85,6% di essi ha un'età compresa tra i 30 ed i 40 anni. Solo tre vory hanno 60-65 anni ed uno solo ha 75 anni. Molti invece sono giovanissimi (25-27 anni). È gente che non teme il carcere, incorreggibile, pronta a tutto. Per quanto siano oscure le origini del fenomeno, di vory v zakone nell'ex Unione Sovietica non c'è traccia prima della rivoluzione bolscevica. Di loro si comincia a parlare negli anni Trenta quando entrano in contatto con alcune frange della dissidenza politica. Di ladri, invece, la Russia è piena già ai tempi di Pietro il Grande (1695-1725): nella sola Mosca, a quei tempi, se ne contano trentamila, ma non sono organizzati in bande. Molte cose cambiano nella seconda metà del Settecento: i ladri cominciano ad utilizzare dei soprannomi ed a comunicare attraverso un gergo (fenia), gettando le basi per la creazione di bande, più o meno organizzate. È alla fine del Novecento che si affinano le strutture con l'indicazione di capi e compiti all'interno delle varie microorganizzazioni. Dopo la rivoluzione del 1917 che si conclude con la caduta dello zarismo, i nemici del nuovo ordine cercano di utilizzare i criminali per i loro scopi. Molti esponenti politici si mettono alla testa di bande giovanili e sviluppano una serie di restrizioni, come quella di non lavorare, di non avere una famiglia, di non fare il militare, di non contribuire finanziariamente al benessere sociale, di non ricorrere alla polizia per un torto subito o di non testimoniare nel caso di un delitto. Queste gang giovanili sono dette "zhigani" e quello compiuto da loro è il primo passo verso la creazione di un codice malavitoso. Non è facile, comunque, trovare un compromesso in questo forzato connubio tra politici e delinquenti. Ci sono due mentalità diverse: gli "zhigani" aspirano ad ottenere un riconoscimento sociale, mentre i ladri, da sempre impaniati in crimini da bassifondi, non hanno alcuna intenzione di stravolgere la loro natura. Negli anni Trenta, si registrano molte defezioni: tantissimi ladri voltano le spalle agli "zhigani" e danno vita a gruppi autonomi, guidati da boss smaliziati, detti "urki". Da questi conflitti tra "zhigani" e "urki" nascono i "vori v zakone" e con essi il codice che ancora oggi detta le regole in seno alla mafia russa. Una situazione simile a quella che in Italia si è verificata in età preunitaria con il nascente associazionismo mafioso e camorristico che ha mutuato i propri "statuti" da quelli in vigore nella massoneria e carboneria. Lo scoppio della seconda guerra mondiale è causa per i vori v zakone di un altro grosso scontro. Molti rispondono alla chiamata alle armi, arruolandosi. Altri, invece, mantengono fede al loro giuramento di non collaborare con le istituzioni, restando nelle prigioni. Alla fine della guerra i vory che avevano abbracciato la causa stalinista cercano di rientrare nei ranghi della malavita. Definiti traditori, vengono messi alla porta. Lo scontro è inevitabile e passa alla storia come (such'ya voina), una sorta di guerra contro i traditori. I "suki" decidono allora di darsi un codice autonomo, meno rigido di quello dei vory v zakone, che permetta loro di collaborare con le autorità. Lo stesso Stalin si serve dei suki per colpire nei gulag i nemici del regime. «I vory v zakone oggi costituiscono una sorta di aristocrazia criminale, hanno un sistema di reclutamento che, come negli anni Trenta, passa attraverso le carceri e continuano ad osservare rigide regole di comportamento, molto simili sul piano normativo e della simbologia cerimoniale a quelle delle mafie tradizionali», spiega il sergente dell'Rcmp Reg King, uno degli osservatori più attenti di questo fenomeno. Non ci sono veri padrini sull'esempio di Cosa Nostra, perché come ha messo in evidenza il generale Gennadij Cebotarev, vicecapo del dipartimento di polizia per la lotta contro il crimine organizzato in Russia, «nessun capoclan accetterà mai un ordinamento gerarchico». L'unica occasione in cui le grandi bande si uniscono sono le operazioni internazionali. Nel 1992 Praga ha ospitato vari summit, nei quali si sono incontrati esponenti della mafia russa, italiana e colombiana. Oltre ai vory v zakone, esistono altri quattro ranghi nella gerarchia criminale dell'ex Unione Sovietica: gli avtoritety o autorità, molto simili ai vory, ma meno influenti; i deltcy o operatori, una frangia dedita ai crimini fraudolenti, ben ammanicata negli ambienti economici; i kataly o galeotti in lingua cosacca, biscazzieri di mestiere ed i shesterki o numero sei (così chiamati dall'atteggiamento curvo di sottomissione che deve avere un gregario verso il capo), i quali hanno prevalentemente compiti di manovalanza, soprattutto per conto degli avtoritety. A questi si aggiungono i muziki, uomini, i pahany, ragazzi, gli obizenneye, insultati, e gli opuscennye o declassati. «I vory», spiega il generale Aleksandr Gurov, direttore del Centro di Ricerca Scientifica del Ministero della Sicurezza della Federazione Russa, «hanno il dovere di propagandare la morale e l'etica malavitosa e di tenere stretti contatti con i leader delle altre caste dell'universo criminale». Costoro rispondono ad un codice (Vorovskoi Zakon), esercitano il loro potere attraverso supervisori (smotryaschiy) sparsi nelle varie città e gestiscono un fondo di previdenza (obshchak). Quest'ultimo, una sorta di cassa mutua, serve per sostenere le famiglie degli affiliati finiti in carcere, per preparare nuovi crimini, per corrompere funzionari e politici e per garantire prestiti a tassi d'usura. Tra gli stessi vory poi ci sono sostanziali differenze. Per esempio quelli georgiani sono completamente diversi da quelli russi: la famiglia di sangue, come nella 'ndrangheta, per loro è un elemento essenziale. Molte cose comunque stanno cambiando, soprattutto dopo la disintegrazione dell'impero sovietico. Prima nessun vor considereva il carcere come un peso: era normale trascorrere gran parte della vita dietro le sbarre, era un onore, un privilegio, soprattutto agli occhi dei giovani. Il carcere era come una casa. Oggi, invece, ogni attimo passato dietro le sbarre sembra un'eternità. Fino a poco tempo fa era assolutamente vietato anche possedere un appartamento, una abitazione. Oggi, invece, molti vory vivono all'estero nel lusso più vistoso. Molti di loro, come ha dichiarato Viktor Bulgakov, capo della polizia regionale di Mosca, si trovano negli Stati Uniti, in Francia, Germania, Israele, Cipro. «Alcuni gangster del potente clan Solntsevo», ha detto Bulgakov, «hanno messo radici a Vienna dove hanno rilevato una serie di ristoranti, hotel, negozi, acquistando, nel centro storico della capitale austriaca, delle case lussuosissime». Si sono, insomma, come diceva lo scrittore siciliano Gesualdo Bufalino, poco prima di morire, parlando dei boss di Cosa Nostra, rimbambiti di tv, arrendendosi a "Beautiful" ed ai modelli di consumo. A Vienna, per esempio, alcuni anni fa, c'è stato un vertice della mafia russa al quale hanno partecipato Timofeev, l'austriaco Mihas, l'americano Yaponchick ed il tedesco Petrik per discutere la divisione delle sfere di influenza nella Russia della postperestroijka, Molti altri invece hanno perso la vita nella corsa sfrenata al capitalismo selvaggio. Negli ultimi anni oltre trenta vory v zakone sono stati assassinati, tra cui Otari Vitalievich Kvantrishvili, uno dei più potenti boss della mafia russa, Serghej Timofeev, detto Silvestr, Vjaceslav Vinter, detto Bobon, Serghej Sokolov, Sultan Daudov, l'unico vor riconosciuto dalla mafia cecena e Mikhailovich Beradze, detto "Scarface", un georgiano molto influente a Mosca. Otari, georgiano, padre ferroviere, un passato da lottatore nella Dinamo, la società sportiva della Milizia, presidente della Fondazione "Lev Jashin" per la difesa sociale degli sportivi, boss di prima grandezza, è stato ucciso mentre usciva dalla sauna di Krasnopresnenskie a Mosca il 5 aprile del 1994. Diventato uomo di grandi business con importanti entrature nell'establishment russo, poco prima di morire aveva ottenuto l'autorizzazione da Eltsin di creare un centro sportivo nazionale sotto forma di società per azioni. Gli erano state concesse agevolazioni e sgravi fiscali ed assegnate quote per l'esportazione di cemento, metalli, nafta, titanio e alluminio. Cosa c'entrasse tutto questo con lo sport non è dato sapere. Otari si era messo in testa anche di fondare un partito degli sportivi e spesso lanciava i suoi proclami in tv, ma venne fermato da un cecchino forse pagato da Serghej Timofeev, detto Silvestr, un boss senza limiti, meno esposto di Otari, ma più addentrato negli affari delle cosche (Solnzevo). Vor v zakone per un giorno, Silvestr era nato nel 1955 nel villaggio di Bendery, nella regione di Novgorod. Saltò in aria mentre guidava la sua Mercedes 600 sulla terza uliza TverskajaJamskaja a Mosca il 13 settembre del 1994, cinque mesi dopo l'uccisione di Otari. «L'uomo seduto al volante ha scritto nella cronaca dell'omicidio il "Moskovskij Komsomoletz" è stato letteralmente spalmato sui sedili». Qualcuno disse che la bomba era destinata all'ex premier Cernomyrdin che doveva passare da quelle parti qualche minuto dopo. Ma una telefonata anonima alla Komsomolskaja Pravda, oltre a chiarire l'identità di quei resti senza un nome, indicò gli uomini di Bobab, un boss vicino a Otari, cme il mandante di quella spettacolare esecuzione. «Più che alle forme di gangsterismo e delinquenza metropolitana oggi presenti, con espressioni poco differenziate, in tutte le società industriali avanzate», spiega ancora King, «la criminalità mafiosa nell'ex Unione Sovietica può essere accomunata alle organizzazioni criminali tradizionali. «Molte le analogie, come, per esempio, l'uso della violenza privata come strumento di mobilità sociale e occasione di profitto imprenditoriale; l'omertoso consenso sociale delle comunità soggette al controllo mafioso; il coinvolgimento di importanti segmenti dell'ambiente politico ed istituzionale nei circuiti criminosi e la capacità di gestire attività fortemente legittime in cui far confluire i proventi dell'attività illecita».
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