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Quegli anziani che cambiano la vita di tutti
Giancarlo Dillena direttore del Corriere del Ticino
All'inizio di questo decennio vivevano in Ticino quasi 15 mila ultraottantenni. Un secolo prima erano poco più di un migliaio e agli inizi degli anni '50 erano ancora largamente al di sotto dei 3 mila.

Bastano queste cifre a rendere conto delle dimensioni e dell'importanza del fenomeno cui il nostro giornale dedicherà una serie di approfondimenti, a partire da oggi

In effetti, a dispetto della sua rilevanza e del suo impatto sull'insieme della società, ad esso non viene sempre dedicata la necessaria attenzione, spesso lo si affronta in un'ottica settoriale, talvolta con preoccupanti ritardi.

Eppure quel che sarebbe avvenuto, almeno sul piano dei numeri, lo sapevamo da tempo. Per dirla con i demografi, che la classica «piramide della popolazione», con una base larga di giovani e una punta ristretta di anziani, si sarebbe trasformata in una specie di «parallelepipedo» (per non dire in una piramide rovesciata), è noto da decenni.

Ma, come spesso succede, questa mutazione radicale dell'assetto complessivo della società è stata ripetutamente affrontata all'insegna delle misure d'urgenza, per tappare le falle più vistose man mano che si manifestavano.

Emblematico il modo in cui, negli anni '80, il Ticino si rese conto d'improvviso, sulla scia di una clamorosa vicenda processuale, della drammatica situazione in cui si trovavano molti anziani e i loro famigliari, alla disperata ricerca di un posto in una adeguata struttura di accoglienza.

Poi venne il tempo in cui la questione servì soprattutto da pretesto per sterili diatribe politiche fra i fautori di «più case per anziani» e i sostenitori di «più aiuto a domicilio», quando di ambedue c'era evidente e impellente necessità. Molta strada è stata fatta da allora e le strutture sono state di molto potenziate. Ma anche l'invecchiamento della popolazione ha fatto passi avanti, e non da poco, seguendo ancora una volta i trend previsti e ponendo nuove urgenze (prima fra tutti l'assistenza a quanti sono colpiti dal morbo di Alzheimer e alle loro famiglie).

Ma questo non è certo il solo aspetto con cui siamo confrontati. La quota crescente di persone in là con gli anni in rapporto alle generazioni «produttive» desta preoccupazione per il futuro finanziamento dell'AVS e delle casse pensione.

Ma deve preoccupare anche il fatto che il dibattito viene di nuovo affrontato - stavolta a livello nazionale - in chiave settoriale, ragionando come se la struttura demografica (la famosa «piramide») fosse sostanzialmente quella del passato e si trattasse solo di trovare nuovi equilibri fra chi paga e chi riceve. Così si avanzano soluzioni - il prolungamento dell'età «produttiva» - in aperta rotta di collisione con altre esigenze, prima fra tutte quella dell'inserimento lavorativo dei giovani (che pure contribuiscono a finanziare il sistema) e in stridente contrasto con la tendenza del mercato del lavoro a considerare le persone «obsolete» già a cinquant'anni o poco più.

L'impressione è che ancora una volta si cerchi con affanno di tappare settorialmente le falle della «nave anziani», quando si dovrebbe finalmente prendere coscienza del fatto che si tratta della nave sulla quale navighiamo tutti quanti, giovani e meno giovani. Il che significa non solo affrontare sollecitamente le difficoltà e le situazioni estreme, ma anche guardare con occhi nuovi alle potenzialità che si dischiudono.

Una «terza età» sempre più lunga, caratterizzata fortunatamente per i più da buona salute, rappresenta infatti anche e soprattutto un grande potenziale, che sarebbe assurdo appiattire unicamente su questioni contributive. In effetti il«pianeta anziani» presenta ancora molte zone tutte da scoprire e valorizzare, in una visione dei loro protagonisti che va ben al di là della banale immagine del «vecchietto», dei rapporti fra generazioni e dei rispettivi ruoli (quante volte anche i «giovani» sono ridotti, nei loro bisogni e nelle loro aspettative, a stereotipi simili?).

C'è insomma molto da fare. A cominciare da una migliore conoscenza di questa realtà. In questo senso ci auguriamo che il nostro contributo possa dare un utile apporto e uno stimolo ad un dibattito allargato, quanto mai necessario. 
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