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(5.11.2003) Le parole e chi ne abusa di ENZO BIAGI Mi scuso, come cittadino italiano, per le stravaganze verbali del nostro presidente del Consiglio, ma qualche volta prima parla e poi pensa. Crede, per esempio, che il fratello di Romolo si chiamasse Remolo, che il «kapò» sia un termine pugilistico. Qualche tempo fa voleva andare a salutare «papà Cervi», deceduto nel 1970. Ma è stato eletto democraticamente, cioè lo abbiamo voluto, ed è risaputo che ogni popolo ha il governo che si merita. Il nostro è guidato dall'onorevole Berlusconi, e in certi momenti si ha l'impressione, vedi quello che è successo a Strasburgo dove ha chiamato i suoi colleghi «turisti della democrazia», si ha la sensazione che gli manchino le basi per esercitare certe funzioni, e che non bastino certi tacchi per rimediare l'altezza. Secondo «Le Figaro», il Berlusca, come viene chiamato cordialmente, «fa saltare il costume diplomatico», e «il cancelliere tedesco ha accettato le scuse del primo ministro italiano». È in discussione, secondo la stampa straniera, la sua capacità a guidare nei prossimi sei mesi l'Europa. Certo, senza guardarsi in giro, basta vedere come Berlusconi tratta con disprezzo la magistratura del nostro Paese. Non è solo urgente la necessità di «abbassare i toni», ma di tacere. È vero che Dio ha dato all'uomo il dono della parola, ma Berlusconi ne approfitta. Ha perfino l'intervistatore di fiducia: non ama le domande così dette «provocatorie» ma neppure i monologhi possono essere presentati come colloqui. Appena arrivato a Palazzo Chigi Berlusconi si è comportato come se fosse entrato in «ditta»: ha risolto con un tratto di penna i suoi casi, tipo «falso in bilancio», il che autorizzerebbe noi sudditi a presentare la prossima dichiarazione dei redditi con qualche aggiustamento. Ancora una conferma che la legge è uguale per tutti, ma per qualcuno di più. Quando noi eravamo scolaretti insegnavano che tra i peccati gravi c'è la bugia: se la dico io sono un mentitore, se la dice un politico è uno stratega.
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