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NELL'OTTOBRE DI TREDICI ANNI FA,
UN GRUPPO DI PERICOLOSI MALVIVENTI,
ARMI ALLA MANO E CON OSTAGGI AL SEGUITO,
TENTARONO LA FUGA DAL PCT
(PENITENZIARIO CANTONALE DEL TICINO)

Sabato, tre ottobre 1992, in una fuga disperata due degli otto evasi rimasero uccisi dai numerosi colpi d'arma da fuoco sparati dagli agenti della Polizia Cantonale in attesa a poche centinaia di metri dalla recinzione esterna del carcere. I fuggitivi, armati di tre pistole e due bombe a mano, percorsero solo un breve tratto verso l'agognata liberta'.All'alt intimato dalle forze dell'ordine, la prima vettura con a bordo quattro malviventi e due agenti di custodia si fermo' immediatamente e gli occupanti scesero dal veicolo con le mani alzate in segno di resa. La seconda auto con a bordo altrettanti detenuti e un agente di custodia tento' invece di fare retromarcia per presumibilmente allontanarsi dalla zona di tiro della polizia nell'intento - si suppone - di permettere ai fuggiaschi di continuare a piedi attraverso i boschi circostanti.In quel momento pero' gli agenti della Polizia Cantonale hanno aperto il fuoco uccidendo due degli evasi ; un ex-militante dell'organizzazione terroristica Prima Linea riciclato dalla delinquenza comune, tale Pietro Leandri e il narcotrafficante cileno Anasco Vilalon.

MUORE ANCHE UN AGENTE DI CUSTODIA TICINESE
Sotto i colpi degli agenti perse la vita anche un giovane agente di custodia ticinese il quale fu appurato dal sostituto procuratore pubblico Avv. Luca Marcellini, sarebbe stato direttamente implicato nella preparazione della fuga. La cronistoria di quei tragici minuti di fuoco annota pure il ferimento degli altri due occupanti della seconda vettura, in modo grave del cittadino portoghese Manuel Pereira, in modo leggero dell'italiano Giancarlo Calzavara. Quest'ultimo, a distanza di poche settimane dal primo tentativo, volle ripetere l'impresa, stavolta dalle carceri pretoriali di Mendrisio. Da li' , grazie alla complicita' di persone esterne che gli avevano fatto pervenire, nascoste in un pacco di dolciumi, una dozzina di lime per tagliare le sbarre della cella, il Calzavara avrebbe inferto l'ennesima " stoccata " alla sicurezza del sistema penitenziario ticinese giudicato dagli addetti ai lavori di media sicurezza.Tale gesto suscito' ancor piu' clamore nell'opinione pubblica gia' tanto, troppo suggestionata dal fatto di sangue e dai molti interrogativi sorti in merito all'operato della polizia.

30 MILA FRANCHI, IL " COMPENSO "
Per ritornare al presunto coinvolgimento nel piano di fuga da parte dell'agente di custodia ticinese, nonostante l'arresto, avvenuto dopo pochi giorni da quei tragici fatti e del susseguente rilascio di un fratello e della fidanzata della giovane vittima, la magistratura si trincero' dietro un assoluto riserbo. Una svolta nelle indagini l'avrebbe potuta provocare l'arresto di F.F., capo arte, responsabile di uno dei laboratori di lavoro del Penitenziario, al quale venne mosso l'addebito di aver introdotto all'interno del carcere l'arsenale di armi rivendute agli evasi. Dopo l'arresto di F.F. vennero alla luce anche i risvolti relativi al fattore economico dell'operazione fuga. A detta della Procura Pubblica l'agente rimasto ucciso avrebbe percepito quale compenso per la sua collaborazione circa trentamila franchi, un centinaio di grammi di haschisch e un po' di cocaina, mentre al suo collega F.F. sarebbero andati poco piu' di diecimila franchi.

INCHIESTE ED INTERPELLANZE PARLAMENTARI SULLA VICENDA
Nei giorni direttamente successivi i tragici avvenimenti della tentata evasione, sia ai quotidiani ticinesi, sia ai conduttori della trasmissione televisiva T.T.T. interamente dedicata al tentativo di evasione (ospite di riguardo il Direttore del Dipartimento delle Istituzioni il Dr.Alex Pedrazzini) , erano pervenute numerose telefonate da parte di telespettatori. Il tenore era contrastante. Gli uni erano a sostegno dell'operato della polizia ticinese, gli altri, una buona parte, lo reputava eccessivo o addirittura sproporzionato. Proprio per fugare i numerosi interrogativi sorti, il Consiglio di Stato ticinese istitui' una speciale commissione d'inchiesta, composta da due ex- magistrati e da un alto funzionario di polizia romando. A costoro venne affidata l'inchiesta di carattere amministrativo, mentre quella con risvolti penali la formalizzo' il sostituto procuratore avv. Marcellini. La vicenda innesco' comunque una sequela di interpellanze parlamentari con in prima fila il portavoce leghista in Gran Consiglio Flavio Maspoli che interpose un'interpellanza parlamentare che conteneva la bellezza di 17 domande, e ora, senza voler entrare nel merito delle polemiche, ci sembra particolarmente significativa una citazione - anch'essa dell'epoca - dell'articolista del quotidiano " Il Giornale del Popolo " Pietro Orelli : " .se l'operazione si fosse conclusa senza spargimento di sangue, in modo tale da giustificare titoli giornalistici come " brillante operazione di polizia sventa pericoloso tentativo di evasione, arrestati anche i complici all'interno del carcere ", quanti si sarebbero presentati alla conferenza stampa ? Chi lo sa ? Nella circostanza comunque nessuno tranne il capo del dipartimento Pedrazzini. ".

SI CHIEDONO LUMI AD ALEX PEDRAZZINI
Proprio nell'ambito della trasmissione T.T.T. citata in questo articolo, lo stesso conduttore Aldo Sofia chiese all'On. Alex Pedrazzini lumi sull'assenza di tutti gli altri responsabili a livello dipartimentale e sul perche' mai in occasione di tutte le conferenze stampa susseguenti i fatti e anche quella stessa sera solo lui fosse intervenuto in rappresentanza del Governo cantonale. Osservando le risposte, tra l'ingenuo e il patetico, del Consigliere di Stato, venne lecita la domanda se la " fuga " dei suoi pił diretti collaboratori, l'allora Comandante della Polizia Cantonale Mauro Dell'Ambrogio, latitante non si sa dove, e del Direttore del carcere Armando Ardia che la domenica successiva ai fatti avvvenuti sotto " casa sua " si era recato nella Svizzera Romanda per partecipare ad una gara podistica, non equivalga alla solita " pratichetta dello scaricabarile ". Tutti si augurarono che la commissione d'inchiesta riuscisse a sbrogliare l'ingarbugliata matassa di silenzi, omerta' e probabili connivenze ; ma non venne appurato nulla di penalmente rilevante, in particolar modo non fu data una risposta adeguata e definitiva, alle voci circolate sull'ipotesi che il giovane agente di custodia rimasto ucciso, il giorno precedente ai tragici fatti fosse in compagnia del direttore Ardia negli uffici della polizia a denunciare quanto stava per accadere.

NON CI SONO PIU' LE FUGHE. " CLASSICHE "
Negli ultimi anni ci siamo purtroppo trovati sempre piu' spesso confrontati con evasioni a carattere violento - con presa di ostaggi e con l'ausilio di armi di tutti i tipi - mentre va man mano scomparendo dal taccuino del detenuto la " fuga " classica, quella delle sbarre segate e del lenzuolo che penzola dalla finestra. Se ancora pochi anni addietro era quella l'immagine che si presentava all'alba ai secondini che iniziavano il loro turno, nell' " ottobre rosso " di otto anni fa, gli agenti si sono visti spianare dinnanzi agli occhi pistole e bombe a mano. In un articolo apparso all'epoca dei fatti sul quotidiano ticinese " La Regione ", il criminologo bellinzonese Michel Venturelli, riassumendo un lunga sequenza di evasioni violente dalle carceri svizzere, addusse alle sofisticate misure di sicurezza introdotte in molti penitenziari elvetici la scelta da parte dei detenuti di farsi scudo con il personale di custodia. Tali " pratiche " avrebbero dovuto pero' in questo caso limitarsi a quelle strutture penitenziarie di alta sicurezza che in Svizzera sono quelle di Bochuz, di Thorberg e di Regensdorf, perche' invece evadere da un carcere di media sicurezza come viene classificato quello ticinese con pistole e bombe a mano ?

UNA COMMISSIONE D'INCHIESTA CHE MOSTRA PREVEDIBILI LIMITI
La commissione d'inchiesta ha mostrato i suoi limiti peraltro prevedibili. Invece, la risposta dello Stato dovrebbe rivolgersi verso un aumento dell'indice di sicurezza nei penitenziari svizzeri al fine di evitare il ripetersi di analoghi spargimenti di sangue. Concludiamo con la domanda a sapere se eventualmente un rapporto agente di custodia-detenuto simile a quello vigente nei penitenziari confederati avrebbe potuto impedire il coinvolgimento di membri del personale di custodia e di conseguenza la tragedia. Per rispondere a questa annosa domanda si deve mettere in evidenza la funzione rieducativa di una pena privativa della liberta', formula che per di se' esige, soprattutto dal personale di custodia, giornalmente a contatto con il carcerato, di (re)-insegnargli il valore dei rapporti inter-personali. La loro duplice funzione di custode e di educatore pone sovente ambedue le parti in causa dinnanzi a scelte non sempre facili ed evidenti. E' forse tra questa ambivalenza di ruoli che si nasconde il pericolo appena esposto.Cosa vogliamo dunque ? Cambiare i contenuti del Codice Penale o lasciare le cose come stanno ? A nessuno gioverebbe - ne' al detenuto, ne' allo Stato di diritto - la formula repressiva a discapito di quella utilitarista attualmente in vigore.

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